"Il mio ufficio Ŕ sulla cima di un albero"

Articolo pubblicato lunedý 3 giugno 2019
'Il mio ufficio Ŕ sulla cima di un albero'

di ANNA BOGONI

Erika Luppi è una tree climber. "Arrivo fino a 60 metri di altezza per curare i rami"

Occuparsi del verde per professione, significa avere per ufficio la natura. Ma se si è tree climber, cioè se si sale sugli alberi con l’ausilio di funi e imbragatura per la manutenzione e la potatura, per ufficio si hanno i parchi delle città e persino le foreste. 

Erika Luppi, 42 anni, ha da sempre cercato il contatto col paesaggio e fin da bambina seguiva il padre in lunghe passeggiate in montagna, dove la famiglia passava le vacanze. A trent’anni, il lavoro da illustratrice ha cominciato a starle stretto e ha deciso di fare il grande passo.

Come si diventa tree worker? Innanzi tutto ci vuole passione. Per lavorare con gli alberi, bisogna conoscerli. Poi, in Italia, serve un’abilitazione specifica per lavori in quota su fune per operare come tree climber; lavorando all’estero ho dovuto prendere altre due certificazioni per l’uso della motosega a terra e in quota. Dallo scorso anno ho anche il titolo di European Tree worker, un ulteriore riconoscimento per la professione di arboricoltore. 

Su quante colleghe può contare? "In Italia, che io sappia, ci si conta sulla punta di due mani. In Germania le donne saranno il 20-30%, mentre in Svezia raggiungono il 50%".

Quali sono le maggiori difficoltà del suo lavoro?  "Non certo la fatica fisica. Piuttosto la burocrazia e l’incompetenza. In Italia c’è ancora molta ignoranza rispetto alla cura degli alberi. Le scoperte scientifiche in tema di arboricoltura negli ultimi 30 anni hanno rivoluzionato l’approccio nella manutenzione e cura, ma da noi non esiste una regolamentazione a livello nazionale e ogni comune fa da sé. In Italia è ancora diffusa la capitozzatura come intervento di potatura, quando è noto che è dannosa per l’albero e dispendiosa economicamente, necessitando poi di ripetuti interventi".

Però lavorare in quota con la motosega non è da tutti. "Senza dubbio, ma per me sarebbe più massacrante stare 8 ore al computer, l’ho fatto per parecchi anni e non fa per me".

E quando il tempo è brutto o fa freddo?  "Pioggia e freddo fanno parte del gioco, ma sicuramente ci si ferma quando vento e temporale diventano fattori di rischio nell’esecuzione del lavoro". 

Ha mai avuto paura in quota?  "Certo, capitano quelle giornate che non ti senti in gran forma. La paura è normale quanto irrazionale. I rischi nel nostro lavoro si riducono più elevato è il grado di professionalità e di attenzione. In quei momenti mi aiuta fermarmi e ripercorrere mentalmente i passaggi".

Lei è anche campionessa italiana di tree climbing da tre anni. Qual è l’albero più alto che ha arrampicato?  "Ho arrampicato delle Dauglasie di 60 metri d’altezza nella Foresta Nera in Germania, ma nel quotidiano si opera su alberi tra i 15 e i 30 metri".

Qual è il suo rapporto con gli alberi che deve scalare?  "Mi avvicino sempre con grande curiosità, ma anche con grande rispetto per la loro longevità, a volte hanno centinaia di anni. Mi piace capire la loro storia guardando le cicatrici, le modalità di crescita, i difetti che possono avere, le scelte e le strategie che hanno messo in atto nel tempo".

Cosa si percepisce stando all’interno delle chiome?  "Che l’albero più che un individuo è un ecosistema vivente". 

E come opera sui rami?  "Sono in una condizione di passaggio e cerco di eseguire l’intervento di potatura o ciò che è necessario, cercando di essere il meno impattante possibile".

E quando scende dagli alberi, si mantiene in forma andando in palestra?  "Non ci penso proprio. Il mio lavoro è già molto fisico. Mi piacerebbe piuttosto fare yoga, per mantenere il corpo elastico. Spero di poter fare questo mestiere fino alla pensione, continuando a crescere nella professionalità".

Ha un rito particolare, prima di salire?  "Non è proprio un rito, ma mi piace dare un buongiorno all’albero che mi accoglie, poi si comincia".

Dica la verità, lei ha il pollice verde?  "Ho un piccolo giardino, anche se, in realtà, è più grande della casa in cui vivo! Non ho l’orto, che richiederebbe una cura quotidiana che non posso assicurare con il mio lavoro un po’ nomade, ma ho piantato tanti fiori che richiamano le api e, a quanto pare, anche cinciallegre e merli". 

Fonte: www.quotidiano.net

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